L’itinerario congiunge il piazzale del colle del Lys (1310 m) con l’area attrezzata della Fossa comune (1240 m).
Difficoltà: T (turistico)
Tempo di percorrenza: 20’ circa
Dislivello in discesa: 70 m

Il percorso

La storia

La mappa

Sul sentiero
Il percorso
L’itinerario è molto impegnativo e va affrontato con prudenza..
Pur non registrato nel Catasto regionale dei sentieri e degli itinerari, è stato di recente ripulito e segnalato.Il percorso inizia dietro l’edificio in cui ha sede l’Ecomuseo (indicazioni per Favella). Risaliti alcuni prati su sentiero, si confluisce in una strada che termina davanti a un albergo ristorante; sulla destra dello stabile una carrareccia conduce al colle della Frai (1337 m).
Dopo il colle si prosegue su un cammino lastricato che va presto abbandonato a favore del sentiero che, a sinistra, s’inerpica nella faggeta (indicazione; segnavia Cai biancorossi). Oltrepassato un primo punto panoramico su Rubiana e la pianura torinese, si aggira una frana e si risale una pietraia che culmina nei pressi dei vertici – non meno panoramici – di due dei torrioni della falesia di Mompellato.
Il sentiero scende quindi alla base di un terzo torrione attrezzato per l’arrampicata sportiva, attraversa un paio di rigagnoli e risale un pendio dirupato e franoso. Dopo un tratto in falsopiano attraverso prati scoscesi e pietraie, la traccia sale a destra in direzione nord per poi piegare a sinistra verso ovest e attraversare un costone roccioso. Mantenendo la quota, si perviene alla mianda Cacere, un grande riparo sotto roccia attrezzato con legname e pietre a secco per la pastorizia transumante, individuabile solo da vicino e per questo ribattezzato “Non si vede” dai partigiani.
Il ritorno avviene percorrendo a ritroso l’itinerario di andata.
La storia
La Fossa comune è il luogo dove furono raccolti e provvisoriamente deposti i corpi di 23 delle 32 vittime del rastrellamento nazifascista del 2 luglio 1944. Attaccata da un migliaio di nemici saliti dal versante valsusino, protetti da carri armati e sidecar muniti di mitragliatrici pesanti, la 17^ brigata Garibaldi “Felice Cima” venne allarmata dalle sentinelle all’alba. Sapendo di non poter contrastare l’aggressione per carenze d’armamento, il comando della formazione ordinò di coprire la fuga della maggior parte degli effettivi, molti dei quali appena giunti in montagna e non ancora addestrati.
Il sacrificio di nove partigiani tra le borgate Favella e Mompellato di Rubiana permise di porre in salvo la maggior parte degli uomini nei nascondigli sui monti Rognoso e Civrari, ma 23 giovani, scesi per errore verso la borgata Richiaglio di Viù, furono intercettati dai fascisti e trucidati
Solo due giorni dopo, a rastrellamento concluso, i compagni poterono ricomporne le salme lungo la strada tra il colle del Lys e Viù, al bivio per la borgata Airetta. Ognuno dei cadaveri, in gran parte seviziati, venne accompagnato da una bottiglia chiusa, al cui interno un biglietto riportava le notizie utili alla futura identificazione.
A fine guerra, l’esigenza di restituire alle famiglie le salme dei caduti, fu l’occasione per costituire un Comitato di partigiani, parenti delle vittime e deportati, che si assunse anche il compito di erigere un monumento commemorativo. Quel monumento è oggi la torre simbolo della Resistenza nelle valli Chisone, Lanzo, Sangone e Susa, sotto cui ogni anno, la prima domenica di luglio, si ricordano i 2024 caduti nella lotta di Liberazione.
L’area attrezzata della Fossa comune è spesso utilizzata come risorsa didattica all’aperto, luogo della memoria in cui i visitatori dell’Ecomuseo possono meglio cogliere il significato della tragedia avvenuta il 2 luglio 1944.